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Dall’Olanda, un software per riconoscere le impronte digitali delle fotocamere

Grazie all’Intelligenza Artificiale, dei ricercatori olandesi hanno scoperto che dall’immagine fotografica è possibile risalire alla fotocamera (o allo smartphone) che l’ha prodotta

Di recente, dall’Olanda è arrivata una scoperta che potrebbe rivoluzionare per sempre il mondo delle scienze forensi. Un gruppo di ricercatori dell’Università di Groningen ha sviluppato un software, basato sull’Intelligenza Artificiale in grado di riconoscere le impronte digitali delle fotocamere. Secondo l’Internet Watch Foundation, l’Olanda detiene il triste primato di diffusione di contenuti pedopornografici al mondo. Questa scoperta consentirebbe agli inquirenti di identificare il dispositivo (la fotocamera ma anche il cellulare) che ha generato l’immagine e di conseguenza individuare il colpevole. Un sistema del genere non aiuterebbe soltanto le Forze dell’Ordine a contrastare l’abuso sui minori, ma anche di scoprire chiunque utilizzi una fotocamera per scopi illegali.

Il software, infatti, è in grado di identificare l’impronta lasciata da una fotocamera su un’immagine, che ovviamente è invisibile ad occhio nudo. Questo avviene, perché, nel momento in cui si scatta una fotografia, il dispositivo produce uno ‘specifico rumore‘ che lascia una traccia sul fotogramma. “Si potrebbero paragonare alle striature che la canna di ogni pistola lascia impresse sui proiettili” ha affermato George Azzopardi, assistente professore nel gruppo di ricerca al “Bernoulli Institute for Mathematics, Computer Science and Artificial Intelligence” dell’Università di Groningen.

Confrontando il risultato con le fotocamere e/o gli smartphone dei sospettati, e incrociando i dati ottenuti, è possibile arrivare al colpevole. Alla luce dei test finora effettuati, i risultati appaiono decisamente incoraggianti. Nel 99% dei casi, il software è stato in grado di identificare le foto scattate da diciotto modelli di fotocamere diversi. Inoltre, è possibile analizzare decine di migliaia di dispositivi contemporaneamente, in modo quasi istantaneo. Per ora la prima parte del progetto si è conclusa, ma i ricercatori puntano a continuare la linea di ricerca, in collaborazione con le Forze dell’Ordine e con gli esperti forensi.

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