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Le vittime invisibili di cui nessuno parla: gli orfani di femminicidio. La storia di Florencia Belen Bianco

Quanto può essere difficile affrontare e valicare un trauma? E come può un bambino superare il distacco dalla perdita della madre? Si può sopravvivere con un dolore che devasta e cambia totalmente la propria vita?

Quando parliamo di femminicidio il più delle volte la nostra attenzione si focalizza sulla donna uccisa per mano del marito, compagno oppure un ex che non si rassegna alla fine di un rapporto. Poche volte l’interesse si schiera da parte dei figli di queste donne uccise. Le chiamano “vittime secondarie” e sono i bambini e gli adolescenti che sopravvivono al disastro familiare e che il più delle volte portano dentro di sé ferite e cicatrici difficili da ricucire.

Mi capita spesso di leggere in giornate simbolo come il 25 novembre o l’8 marzo di questi orfani che, ormai grandi, danno la loro testimonianza su questa incresciosa situazione. Sempre se riescono a superarla. Quanti sono davvero gli orfani di femminicidi? Se consideriamo che ogni due giorni una donna è uccisa per mano di un uomo  il calcolo è davvero difficile.

Florencia Belen Bianco è solo una bambina quando si ritrova a piangere la madre Antonia Bianco, uccisa dall’uomo che diceva di amarla, dopo le molestie e le violenze fisiche ripetute. La donna, infatti, aveva già denunciato l’uomo per maltrattamenti. Oggi il suo omicida sta scontando l’ergastolo. Ho intervistato Florencia, ventitré anni grandi occhi scuri e tanta voglia di superare questo dolore. Nei mesi scorsi ha creato una bella realtà virtuale “NOI ORFANI SPECIALI“, proprio per aiutare chi come lei si trova a vivere questo immenso e perdurante dolore.

Florencia, lei ha perso sua madre nel febbraio del 2012 e si è ricostruita una vita. Un dopo carico di difficoltà e incertezze: quanto è difficile convivere con il dolore?

Non mi sono ricostruita una vita, e come me nemmeno i miei due fratelli. Abbiamo imparato giorno per giorno a sopravvivere, la cosa più difficile per un essere umano. L’istinto di sopravvivenza ci ha permesso di non arrenderci, di arrivare dove siamo oggi. E’ stato difficile e lo sarà per sempre, d’altronde chi di noi non ha bisogno della propria mamma al suo fianco?

Un tema per troppo tempo sottovalutato e poco approfondito, servirebbe più prevenzione e conoscenza sull’argomento. Eppure una legge esiste, sebbene l’iter per accedervi è complesso. Lei è riuscita ad avere accesso a questi fondi?

Io no e come me tantissimi altri orfani di crimini domestici, quelli che io chiamo “Orfani Speciali“, perché la burocrazia che si nasconde dietro è troppo complessa e poco conosciuta da chi di dovere (avvocati).

In questi mesi ha creato una rete social “Noi Orfani di Femminicidio” per ribellarsi, chiedere rispetto e aiuto da parte delle istituzioni per tutti quei “figli” che non hanno ricevuto un minimo di sostegno. Quanto è cresciuta questa pagina e quali iniziative state portando avanti?

Ho creato una community chiamata “Noi Orfani Speciali” per fare in modo che chiunque stia affrontando un dolore enorme come il mio, non si senta più abbandonato! Solo noi possiamo darci forza, unirci e andare avanti, ricominciare a vivere, provare ad essere nuovamente felici. Da soli non possiamo, siamo anime fragili, anche se apparentemente sembriamo delle catene montuose impossibili da scalfire! I progetti sono tanti, il primo è quello di diventare associazione, ma ciò che mi preme di più è riuscire a creare un numero a livello nazionale, come il 1522, dedicato agli orfani e ai familiari delle vittime di femminicidio per poter chiedere aiuto, di qualunque tipo scolastico, economico, sanitario.

NON possiamo più sentirci diversi, e soprattutto non dobbiamo più sentirci soli!”

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