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Il 2023 è stato un anno di stereotipi e femminicidi. Dove eravamo rimasti?

Il 2023 è appena finito e non resta che chiedersi perché ancora tanti casi di femminicidio continuano ad accendere le cronache di questo Paese.

L’Italia è uno dei paesi europei in cui la violenza sulle donne è più diffusa e il numero di donne uccise è tra i più alti dell’Unione Europea. Un fenomeno criminale che si proietta non solo sulle vittime ma si concentra anche all’interno dell’ambito familiare coinvolgendo il più delle volte i figli.

Una nota importante da rilevare riguarda proprio i corsi di autodifesa che hanno avuto un incremento positivo e importante proprio in seguito alle continue aggressioni che coinvolgono sempre più donne che oggi hanno paura ad uscire sole.

Il report del Viminale e i dati sul fenomeno

Il 18 dicembre, come di consueto per la fine dell’anno, è stato presentato il report a cura del Dipartimento della Pubblica Sicurezza, Direzione Centrale della polizia criminale, sul monitoraggio e andamento dei reati riconducibili alla violenza di genere.  

I dati elaborati e presentati, sono stati acquisiti su base settimanale offrendo una panoramica degli omicidi volontari con specificità riferita a quelli che coinvolgono le donne nel triennio 2020-2022 e dal 01/01/2023 al 17/12/2023.

Rispetto al 2022, per quanto concerne i delitti in ambito familiare e affettivo, si evidenzia un lieve aumento, così come riportano tutte le statistiche di monitoraggio dei femminicidi, da 139 a 141 del 2023.  Secondo i dati del 2022  è in aumento sia il numero degli omicidi commessi dal partner o ex partner, che quello relativo alle donne vittime di reati.

I femminicidi e l’opinione pubblica

La violenza contro le donne è un fenomeno ancora asimmetrico, ancorato a ruoli di genere stereotipati. E’ un qualcosa di insidioso, che si cela spesso all’interno delle mura domestiche e si nutre del dolore e della paura delle vittime, indotte al silenzio dal timore di essere ulteriormente umiliate, isolate e abbandonate nelle situazioni di fragilità che le affliggono.

Si tratta di un fenomeno complesso, che ha radici culturali antiche e che richiede una strategia globale e una pluralità di interventi di natura diversa che spaziano dall’adozione di specifici strumenti normativi e di sensibilizzazione uniti però ad una mirata attività preventiva e repressiva delle Forze di polizia e della Magistratura.

Un lavoro di collante e di tutela anche e soprattutto della vittima che a volte si sente esclusa, non compresa e anche umiliata quando si parla di “vittimizzazione secondaria” o “violenza istituzionale”. Un lavoro importante però. Devono farlo le agenzie educative, dalla scuola fino alle associazioni e alle famiglia. Perché da lì parte tutto, si incardina un discorso di rispetto e tutela della libertà.

La legge di bilancio 2024 e i fondi destinati alle donne vittime di violenza

Rispetto a quanto già stabilito dalle norme correnti, verranno stanziati circa 43,5 milioni di euro aggiuntivi per il finanziamento delle politiche antiviolenza, a cui si sommeranno 91,8 milioni di euro per il biennio a seguire.

Si tratta dell’impegno economico più ingente stabilito dalla politica italiana per prevenire e contrastare la violenza maschile contro le donne.

La nuova legge di bilancio però, introduce anche sgravi fiscali ed economici per le assunzioni a favore di donne vittime di violenza, misure più importanti sul reddito di libertà, e fondi per la prevenzione e sensibilizzazione. Altra novità nella Legge di bilancio riguarda il potenziamento della rete delle strutture antiviolenza, con un finanziamento aggiuntivo di 25 milioni di euro per ciascuno degli anni 2024, 2025 e 2026. Di questi, 5 milioni sono destinati all’istituzione di centri antiviolenza e 20 milioni alla creazione di un Fondo per le case rifugio destinate alle donne vittime di violenza.

Certamente i passi sono ancora pochi e deboli. Nonostante le continue misure forse bisognerebbe investire nella formazione primaria, nella sensibilizzazione e nella condivisione di messaggi che non abbiano contenuto discriminatorio o stereotipato. Un linguaggio non sessista unito alla possibilità per una donna di sentirsi se stessa anche con un minigonna. Non essere penalizzata con frasi misogine ed etichettanti. Forse partire da qui potrebbe, in un certo senso, permettere alla nostra società civile di fare “prevenzione” ma non sottocosto.

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