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I diritti umani tra discriminazione, hate speech e violenza

Se si ammettono le parole dell’odio nel contesto pubblico, se si accoglie l’hate speech nella ritualità del quotidiano, si legittimano rapporti imbarbariti. Io l’odio l’ho visto. L’ho sofferto. E so dove può portare.” Liliana Segre

Il 10 dicembre ricorre la Giornata Internazionale dei Diritti Umani. Questa data è stata scelta dopo la II guerra mondiale, per ricordare la proclamazione da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo il 10/12/1948, un documento fondamentale che proclama e specifica i diritti inalienabili in qualità di esseri umani.

Discriminazione e violenza: due facce della stessa medaglia

La dichiarazione sancisce i diritti individuali, politici, economici, sociali e culturali. Tra i tanti diritti umani, oggi, quale è il più violato e calpestato?

Diritto alla libertà di espressione e parola, diritto alla libertà di movimento, diritto all’istruzione, diritto alla democrazia e nessuna schiavitù umana. Sfruttamento o tratta. Purtroppo però dalla carta alla realtà non sempre si riesce a mettere in pratica tutto questo.

Sono diverse le forme di discriminazione alle quali assistiamo ogni giorno. Stereotipi di genere, isolamento ed emarginazione non sempre velate ma a volte cattive, intolleranti e crudeli. Convinzioni limitanti che determinano e favoriscono fenomeni di violenza verbale e psicologica.

Sono ancora tante le zone d’ombra, i limiti e le idee maschiliste e non, riferite non solo all’ambito italiano ma anche mondiale. Secondo il filosofo Zygmund Bauman odio e paura sono vecchi quanto il mondo e non smetteranno di accompagnarlo. Esiste un circolo vizioso in cui si odia perché si ha paura del diverso e quella paura alimenta e rinforza l’odio, in un mondo liquido dall’individualismo sfrenato, dove nessuno è un compagno di viaggio ma tutti sono antagonisti da cui guardarsi.

Hate speech, quando l’odio diventa social

Secondo la Raccomandazione (97)20 del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa: “con il termine discorso d’odio si intende qualunque forma di espressione che diffonda, inciti, promuova o giustifichi l’odio razziale, la xenofobia, l’antisemitismo o altre forme di odio basate sull’intolleranza, incluse l’intolleranza espressa attraverso il nazionalismo aggressivo e l’etnocentrismo, la discriminazione e l’ostilità contro le minoranze, i migranti e le persone di origine migrante” .

Nelle ore precedenti, la senatrice a vita Liliana Segre, ha denunciato circa 24 profili fake che inducevano all’odio razziale contro la sua persona. Tra queste spunta il nome di Chef Rubio.

I crimini d’odio, che hanno trovato terreno fertile in particolar modo sui canali social, si caratterizzano per l’Under Reporting, ossia l’estrema scarsità di denunce rispetto alle reali dimensioni del fenomeno. La difficoltà nel rintracciare questi fenomeni, rende complessa anche la formalizzazione di una eventuale denuncia o segnalazione alla polizia postale. Non è scontato che questi fenomeni si siano incancreniti e abbiano dato vita anche a nuove tensioni etniche e sociali.

I crimini d’odio si caratterizzano anche per la particolare vulnerabilità delle vittime.

È difficile contrastare questo fenomeno, che in un certo qual modo può rappresentare un limite alla libertà di manifestazione del pensiero, in quanto il non essere d’accordo con l’altro presuppone il dover umiliare, deridere e denigrare. Nel lontano 2016 è stata istituita la Commissione sull’Intolleranza, la Xenofobia, il Razzismo e i Fenomeni di odio, intitolata due mesi dopo a Jo Cox, deputata presso la Camera dei Comuni del Regno Unito uccisa il 16 giugno 2016. Presieduta da Laura Boldrini, composta altresì da un deputato per ciascun gruppo politico, da rappresentanti del Consiglio d’Europa, delle Nazioni Unite, dell’ISTAT è stata coadiuvata nel lavoro da centri di ricerca e associazioni impegnate attivamente nello studio e sensibilizzazione sul linguaggio d’odio.

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