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Come fu catturato Donato Bilancia

Donato Bilancia: è stato il più grande (o il peggiore, come preferite) serial killer italiano. Diciassette omicidi. La storia dell’indagine che ha portato al suo arresto è molto centrata sulla criminalistica. È anche quella della difficoltà di fermare un assassino che sparava in province diverse, coinvolgendo Procure diverse. Genova, Sanremo, Imperia. Ma andiamo con ordine.

Bilancia era un piccolo criminale, un ladro, un forte giocatore d’azzardo, un solitario per scelta, con un pessimo rapporto con le donne e un conto aperto con la vita. Gli aveva regalato due genitori più formali che affettuosi e un fratello suicida sotto un treno. Aveva guadagnato e sperperato: nelle bische della costa lo conoscevano bene. Gli piaceva pagare per tutti alle cene, far vedere di essere in grana, mettersi al centro della scena, fumare un miliardo di sigarette fino ad avere la voce roca. Poi, in soli sei mesi, affilò le sue vittime: dal 15 ottobre 1997 al 16 aprile 1998. Quella che lui chiamerà la “consecutio temporum”.

Le prime tre sono nel giro del gioco d’azzardo. Ascoltando per caso una conversazione in una bisca, una notte, capì che lo avevano messo in mezzo per spennarlo. Il gran giocatore che pretendeva di essere, quello che s’era bevuto 2 miliardi, non c’era più. Gli salì una rabbia antica. Sentì di aver chiuso i conti con questi traditori che considerava amici, poi invece andò avanti: continuò a sparare. Ci prese gusto. Un gioielliere e sua moglie per una rapina in casa, tre metronotte; uno ucciso in ascensore, due ammazzati perché intervenuti mentre stava per uccidere un trans che poi sarà un teste fondamentale. Descriverà lui e soprattutto la sua Mercedes. Quattro prostitute. Due cambiavalute, un benzinaio che non gli fa credito. Infine, due donne seguite e uccise nei bagni dei treni che correvano lungo la costa ligure.

Tutte le categorie che lo avevano osteggiato, ridicolizzato, messo in discussione: bari, traditori, i metronotte forse perché gli avevano sparato anni prima, il benzinaio perché non si era fidato, le donne perché le detestava, non lo capivano. I cambiavalute perché gli servivano soldi dopo che lo avevano pelato nelle bische. Eppure le sue precauzioni le aveva prese. Sopralluoghi dove avrebbe ucciso. La vittima fatta mettere in ginocchio, per non darle scampo. Sparare solo i colpi necessari. Vittime diverse tra loro, per confondere. A volte sembrava una rapina, a volte no. Si spostava lungo la costa.

Ma di tracce ne aveva lasciate tante. Il suo dna si trovava sul corpo di alcune prostitute, con cui aveva avuto rapporti prima di ucciderle, e sulla seconda donna del treno: non aveva resistito all’impulso di masturbarsi. Si trovava sul mozzicone di sigaretta trovato su una scena del crimine. Ed erano rimaste piccole tracce ematiche sul Mercedes: quelle della prostituta nigeriana Tessy Adodo.

Pensava di essere furbo non pagando l’autostrada: Viacard scaduta e lui, sbruffone, se ne fregava. Il Mercedes non aveva ancora finito di pagarlo a Pino Monello. Quando questi si ritrovò in mano 813.000 lire di multe per 41 pedaggi non pagati, si accorse che Donato tutto sommato assomigliava all’identikit dell’assassino, quello fatto dal trans Julio “Lorena” Castro. Ne parlò con la polizia. Intanto, procedeva la perizia balistica fatta dai Ris di Parma. Bilancia aveva sempre usato la stessa arma, una Smith & Wesson calibro 38, a tamburo. Gliela troveranno a casa al momento dell’arresto. L’arma era quella, sì, ma che strani i frammenti di proiettile. Venivano da cartucce finlandesi Lapua Patria, inusuali al punto che l’allora comandante dei Ris, Luciano Garofano, disse che non potevano aver sparato due persone diverse.

E poi, le tracce degli pneumatici rinvenute nei luoghi dei delitti erano compatibili con quelle del Mercedes. Il più grande serial killer italiano, alla fine, aveva fatto un disastro. Donato Bilancia è morto il 17 dicembre 2020 nel carcere Due Palazzi di Padova. Aveva 69 anni, il Covid e rifiutò le cure.

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