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Non solo 25 novembre. Perché è importante non voltare la testa, resistere e combattere

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO= World Health Organization) definisce la violenza come “l’uso intenzionale o la minaccia fisica o del potere contro se stessi, contro un’altra persona, un gruppo o una comunità, che abbia un’alta probabilità di provocare una ferita, morte, danno psicologico o una privazione”.

Il 25 novembre è la giornata contro la violenza sulle donne, istituita dall’Onu con la risoluzione 54/134 del 17 dicembre 1999. In tutto il mondo, sulla scia del ricordo tra scarpette rosse e cerimonie solidali per quelle donne che non ce l’hanno fatta, ci ritroviamo a raccontare le ultime storie di cronaca che hanno avuto come vittime le donne.

Juana Cecilia 34 anni, nata in Perù viveva in Emilia Romagna. Il suo corpo trafitto da numerose coltellate è stato trovato sabato mattina nel parco di via Patti da un passante. Poche ore dopo è stato portato in caserma l’ex compagno: ha confessato di averla aggredita e uccisa. In passato era già stato arrestato per stalking.

Elisa Mulas è stata uccisa con la mamma Simonetta Fontana e i due figli di 2 e 5 anni dall’ex compagno, Nabil Dhahri, nell’appartamento che condividevano a Sassuolo. Lei lo aveva lasciato da poco e lui ha impugnato il coltello e ha fatto una strage. Salva la figlia di 11 anni a scuola e il nonno bloccato a letto.

Anna Bernardi 67 anni, è stata uccisa dal marito 71enne malato di Alzheimer nella loro casa di Salto, piccola frazione dell’Appenino modenese. Dopo averle tagliato la gola l’uomo ha provato a togliersi la vita, ma è stato salvato. Due giorni dopo, sempre a Modena, un 48enne ha ucciso l’anziana madre confessando il gesto.

Dopo tanti anni cerchiamo ancora di capire perché l’amore si trasforma in tragedia. Ogni giorno sempre più donne perdono la vita per mano di uomini violenti, gelosi, possessivi e il mondo politico ancora sembra sordo di fronte a questa silenziosa e dilagante emergenza.

Quando parliamo di violenza di genere quasi sempre identifichiamo come vittima la donna. Quello del femminicidio, che in realtà dal punto di vista criminologico e del linguaggio sarebbe meglio definire violenza contro le donne, è un continuo e giustificato allarme che affonda le sue radici nella rappresentazione di un problema di natura sociale e formativo. Si, perché la violenza è un costruito di natura culturale, un qualcosa che non può essere risolto solo ed esclusivamente con forme di prevenzione e di lezioni sociali.

Il femminicidio è caratterizzato da una forte componente misogina -ovvero un forte disprezzo nei confronti delle donne- ed è questa costituente a differenziarlo dall’omicidio puro e semplice.  L’uccisione di una donna da parte di un uomo non basta di per sé a qualificare l’atto come femminicidio. È necessario invece, che la vittima sia stata uccisa proprio perché donna. La violenza sulle donne ha radici complesse. Tutte le forme di violenza trovano terreno fertile nella disuguaglianza giuridica tra i sessi e in una mentalità che considera le donne come esseri inferiori, proprietà degli uomini, prigioniere del ruolo che questi hanno assegnato loro da secoli nella vita familiare e in quella sociale.

La Convenzione di Istanbul è primo strumento internazionale giuridicamente vincolante volto a creare un quadro normativo completo a tutela delle donne contro qualsiasi forma di violenza. Firmata nel 2011 degli stati dell’Ue, la Convenzione interviene specificamente anche nell’ambito della violenza domestica, che non colpisce solo le donne, ma anche altri soggetti, ad esempio bambini ed anziani, ai quali altrettanto si applicano le medesime norme di tutela. Mordacemente la Turchia, il primo Paese che ha firmato la Convenzione l’11 maggio 2011, ha ora deciso di uscirne con conseguenze disastrose per milioni di donne e di ragazze e per le organizzazioni che forniscono un supporto vitale alle vittime di violenza sessuale e domestica. Altri paesi membri, come  Polonia e Ungheria, mostrano da tempo scetticismo e ripensamenti.

E’ indispensabile investire nei sistemi di protezione e puntare su un’educazione che azzeri il divario di opportunità tra i due sessi che, inevitabilmente, genera gli stereotipi e in ultima istanza la violenza sulle donne. La violenza sulle donne è una violazione della persona e dei diritti umani, pertanto non va sopportata, tollerata e taciuta, ma denunciata e affrontata al fine di migliorare la società in cui viviamo.

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