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Manuale di criminologia e scienze forensi: intervista a Paola Carrieri

Dal manuale al master: con Paola Carrieri, coautrice del “Manuale di criminologia e scienze forensi”, abbiamo affrontato il tema della formazione specialistica in Italia

Paola Carrieri è perito balistico e criminalista, autrice e curatrice, insieme a Mirko Avesani e a Francesco Campo del “Manuale di criminologia e scienze forensi”. Il libro funge da testo di riferimento per il master in “Criminologia investigativa specializzata in neuroscienze applicate al crimine e alla devianza, neuro criminologia emotiva & scienze forensi”, di cui la stessa Carrieri farà pare del corpo docente. In questa intervista, abbiamo approfondito gli argomenti trattati nel manuale e nel master, compresi alcuni aspetti legate alla formazione di settore in Italia.

Gentile Dott.ssa Paola Carrieri,

Di cosa tratta il suo ultimo libro (scritto insieme ad altri colleghi e professionisti) “Manuale di criminologia e scienze forensi”? E nello specifico qual è stato il suo contributo?

Il manuale di criminologia e scienze forensi, edito da Diritto Più, si propone di essere un collante tra le scienze forensi (balistica, digital forensics, genetica ed ogni altra attività di analisi che afferisca alla scena criminis), la criminologia e le neuroscienze criminologiche. È la proiezione della proposta formativa, che prevede un percorso professionalizzante tra disparate ed eterogenee discipline, le quali devono immancabilmente appartenere al bagaglio culturale e qualificante di chiunque voglia approcciare ad un –tecnicamente definito – luogo degli accadimenti, a qualsiasi titolo.

Di fatto, il manuale condivide la mission del master: formare i professionisti del settore, rafforzandone la specializzazione, ma anche neofiti, per informarli in merito a ciò che ruoti attorno al mondo delle attività di indagine applicate al crimine. Ed ancora, ci si propone di indirizzare i masterizzandi verso la realtà professionale italiana ed internazionale al fine di “restituire” la giusta collocazione in Italia tanto alla criminologia specializzata quanto alla criminalistica applicata. Inevitabilmente, sono programmati un monte ore tra stage e lezioni con approccio pratico da parte di un’equipe di docenti di comprovata fama nazionale ed internazionale. Si è reputato di estendere gli orizzonti formativi verso discipline reputate “atipiche”; in particolare, mi riferisco alla neuro criminologia emotiva, alla neuroscienza robotica connessa e ai rimedi di ristorative justice per attuare alcuni progetti reali di ricerca.

All’uopo, ricordo che il coordinatore di questo innovativo progetto è il Dott. Domenico Piccininno. Oltre ad essere tra i docenti del master e tra gli autori del manuale, del manuale stesso sono curatrice, assieme ad Dott. Mirko Avesani e al Dott. Francesco Campo. Il ruolo del curatore è quello di affiancare ogni autore nella redazione del proprio elaborato e di “assemblare” ogni parte compositiva dell’opera; affinché sia armonica, nonostante la complessità e l’eterogeneità, delle discipline, per offrire un topic di settore che renda l’opera caratterizzata da taglio molto pratico.

Lei farà parte del corpo docente del master “Criminologia investigativa specializzata in neuroscienze applicate al crimine e alla devianza, neuro criminologia emotiva & scienze forensi”. A che punto si trova la formazione in Italia per chi vuole intraprendere questo percorso professionale? Ci sono degli aspetti che secondo lei andrebbero cambiati o migliorati?

In quanto professionista, all’atto della docenza, metto a disposizione dei discenti ogni mia esperienza tecnico-scientifica e professionale, non trattenendo niente soltanto per me. Di conseguenza, ritengo che ogni progetto formativo debba, come background fondante ed efficiente, disporre di un team di professionisti che vivano la docenza nell’accezione di trasmissione, da maestro ad allievo, di concetti scientifici e pratici alquanto ardui, che saranno poi messi in atto anche dalla nuova generazione dei criminologi e criminalisti.

Altresì, i docenti, che vadano a comporre il team di cui sopra, devono avere abbondantemente rodato nel mondo investigativo del crimine e della criminalità, avendo concorso ed ancora concorrendo alla ricostruzione di verità processuali che siano tanto più vicine alle reali in fatto di dinamiche e, conseguentemente, di responsabilità.

Probabilmente, io interverrei all’atto della catalogazione giuridica delle plurime figure specialistiche che siano detentrici delle peculiari discipline di cui trattiamo. Mi riferisco alla necessità di disporre rigidi paletti in merito ai percorsi formativi e requisiti da cui ci si deve far precedere per poter cominciare ad espletare una data professione. Purtroppo, non per tutte le figure che militano nel mondo forense accade questo, in Italia.

Quali sono i requisiti per accedere alla professione di balistico? E quali consigli si sente di dare ai giovani che vogliono svolgere il suo lavoro?

Devo collegarmi a quanto detto in precedenza, inequivocabilmente, per ciò a cui spesso assisto. Non per tutte le figure che militano nel mondo forense, vi è chiarezza in merito a cosa e come fare per diventare esperti. In particolare, nel mio settore e all’interno della realtà nostrana, non è previsto come obbligatorio, né si possa asserire che effettivamente sia configurato, un percorso lineare che renda l’aspirante un balistico puro.

All’uopo, io consiglio alle “nuove generazioni” ed ai miei allievi quanto segue: io riterrei assai gradita una formazione accademica di base; subordinatamente, è doveroso formarsi seguendo percorsi qualificanti (nelle differenti declinazioni di master, scuole e perfezionamenti), in fatto di criminalistica e, in avanti, di balistica forense. Ciò, però, resta l’incipit, da integrarsi, sotto l’aspetto meramente formale, con l’iscrizione in albi, sedes di periti e ctu che vogliano operare da esperti per l’autorità giudiziaria, previa presentazione della documentazione che renderebbe degno l’istante di accedere all’esame per l’iscrizione ai succitati ed il superamento dell’esame stesso.

Non ci si illuda, però, di potersi “vendere” come esperti per ciò solo. Quanto enumerato, secondo la mia visione, rappresenterebbe solo un percorso vincolato sotto il profilo puramente formale e parzialmente formativo. Non ci si possa definire, dunque ribadisco con vigore, esperti per il sol fatto di aver proceduto in questo senso. La disciplina che io esercito quotidianamente necessita di una prolissa attività di tirocinio di modo da rendersi concretamente edotti in merito a cosa postuli e come debba svolgersi una indagine di balistica forense.

La porzione più ostica di questo voler essere esperti in balistica forense è permeata, perciò, da anni di tirocinio presso un centro balistico che sia operativo – compatibilmente con gli accadimenti criminosi concretizzatisi – e nel quale vi operi chi viva la balistica come “vocazione”; affiancando il tutto a sessioni di tiro al poligono per acquisire un maneggio che sia in sicurezza, sperimentazioni di propria sponte; esami cadaverici limitatamente a quel che interessa la lesività e l’agere da e di un agente balistico su di un bersaglio umano; esame di evidenze su bersagli di altra natura e davvero tanto altro prima di ricostruire una dinamica dal respiro criminogeno.

Tanto da comprendere che ogni macchina termo-balistica goda di una esclusiva personalità e, a volte, potrebbe decidere di nascondere aspetti del proprio carattere, di conseguenza sarebbe cosa assai benvista non farsi cogliere impreparati, sino ad acquisire ed affinare capacità certosina di visione, perché, al pari di quanto sostenesse Ottolenghi, “senza l’attenzione e senza la volontà di scrutare, l’occhio guarda, ma non vede”. Questa scienza è costantemente in evoluzione e la capacità di mettersi continuamente in discussione deve appartenere all’esperto.

In ultima istanza, come e quanto ha impattato questo lungo periodo emergenziale sulla sua attività, sul suo settore e in genere sulla giustizia in Italia? La sua professione ha subito delle ripercussioni o cambierà in futuro? E se sì, come?

È chiaro che vi sia una fetta della micro e macrocriminalità che continua ad essere operativa. Di conseguenza, gli incarichi che richiedano una indagine di balistica forense continuano ad essere assegnati. Del pari, giornate trascorse in tribunali tra conferimenti ed udienze nonché in centro balistico sono vissute, seppur con tutte le precauzioni e limitazioni che l’emergenza sanitaria prevede.

Siamo costretti, però, al dover “apprezzare” un’innovata attività criminale, senza che ciò stia a significare che dei consueti fenomeni estorsivi non si abbia cognizione. Sono variate fortemente alcune dinamiche poste in essere dalla macrocriminalità, per un fenomeno che era elementarmente prevedibile. Emergenza sanitaria partorisce emergenza economica. La liquidità “facilmente” – ad un primo impatto – raggiungibile è quella della criminalità. Anzi, per meglio intenderci nel comprendere queste dinamiche, è la liquidità criminale che facilmente raggiunge l’emergenza economica. Nonostante siano giunti ristori, che, obiettivamente, per molte aziende non siano stati sufficienti.

È stato dimostrato nelle sedi a ciò deputate, come, in questo peculiare momento storico, i reati predatori siano diminuiti, ad eccezion fatta del reato d’usura.  L’imprenditore in difficoltà viene avvicinato. Ma stavolta non dal pittoresco usuraio. Questo suo diventare protagonista di un “progetto” criminale a sua insaputa parte da una segnalazione. È stato altresì provato che questa segnalazione venga resa da un impiegato infedele, il quale, per la posizione che afferisce alla propria mansione professionale, indica chi possa essere l’imprenditore in emergenza economica papabile per la criminalità.

In un secondo step, l’imprenditore viene ammaliato dal fare “affari” con un finto “collega”, che, di fatto, altro non è se non l’insospettabile “parapalle” di chi tira i fili delle attività di stampo mafioso. L’imprenditore vive una fittizia fase rasserenante, poiché assoggettato ad un fenomeno di bombing: è bombardato da immensa sicurezza economica, grazie all’intervento di chi si è offerto nel fare affari insieme. Come da manuale, questa fase termina e cede il passo alla reale ratio del progetto criminale.

“I soldi devono rientrare” et voilà il nuovo partner non è più in grado di “supportare” l’imprenditore in difficoltà; il quale, conseguentemente, torna a versare nella precedente condizione di difficoltà e non può più far rientrare quei danari. Il risultato è che le associazioni di stampo mafioso, poco per volta, insinuandosi all’interno delle imprese mascherate da benefattrici, riescono a prendersi progressivamente tutto, senza esplodere, almeno per il momento, un solo colpo.

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