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La teoria dell’associazione differenziale: Edwin Sutherland

La teoria dell’associazione differenziale è una teoria criminologica che considera gli atti criminali come comportamenti appresi.

Edwin Sutherland (1883-1950) critica il paradigma sociologico tradizionale secondo cui alla base della criminalità vi sono la povertà, disorganizzazione sociale e patologia. Secondo l’autore alla base di questa teoria vi è un falso campione di criminalità, che include solamente le classi più svantaggiate, mentre la devianza è presente anche nelle classi superiori. Quindi l’autore ha avuto il merito di estendere l’indagine criminologica a tutte le classi sociali

Sutherland aspira a formulare una teoria generale del comportamento criminale, volta ad individuare quale sia l’elemento discriminante che differenzia il comportamento criminale dal comportamento conforme, al di là delle differenze sociali.  Il comportamento criminale è espressione di un insieme di bisogni e valori di cui è manifestazione anche il comportamento non delittuoso, dunque il comportamento criminale non può essere spiegato da questi bisogni e valori.

Nella prima edizione dell’opera che  Sutherland scrisse insieme al collega Cressey “Principles of Criminology” (1934) troviamo una prima elaborazione della teoria dell’associazione differenziale.

In questa opera l’autore parla di comportamento criminale sistematico, soffermando la sua attenzione sia sul conflitto socio-culturale che vivono le classi meno agiate nel contesto culturale di riferimento, sia sull’associazione differenziale, cioè su quel rapporto costante che permette l’apprendimento del comportamento deviante grazie all’imitazione.  Sutherland introduce una prima distinzione  tra crimini sistematici e crimini avventizi, cioè occasionali. Nel  1947 però, elimina il termine “sistematico” in quanto si rende conto che il comportamento criminale è sempre sistematico spostando la sua attenzione sul conflitto socio-culturale.

Arriva quindi ad un’elaborazione più concreta della teoria dell’associazione differenziale, evidenziando il ruolo fondamentale svolto dalla comunicazione: l’assunto di base della sua teoria sta nell’idea che, come qualsiasi altro comportamento, anche i comportamenti devianti e criminali sono appresi attraverso processi di interazione e di comunicazione con gli altri individui o gruppi, i quali attribuiscono dei significati positivi a quei comportamenti devianti e criminali (le subculture).

Un soggetto apprende il suo comportamento deviante perché si trova a contatto con individui che vedono in modo favorevole tale comportamento, mentre si trova isolato rispetto a quelli che invece lo vedono in modo sfavorevole. Immaginiamo un soggetto che vive in una subcultura in cui è normale spacciare sostanze stupefacenti e questa attività permette anche di guadagnare molto. Il soggetto crescerà pensando che è giusto spacciare, e non solo, è anche un’attività redditizia che permette di raggiungere un certo status .

Il crimine è quindi la conseguenza di un conflitto di valori: il componente dell’associazione differenziale seguiva e poneva in essere un comportamento approvato dal suo gruppo ma disapprovato e sanzionato dal resto della società.

Il comportamento deviante quindi è appreso, non si eredita né si inventa, e questo apprendimento avviene soprattutto all’interno dei gruppi primari.

Sutherland ha studiato il crimine servendosi della spiegazione storica, la quale permette di interpretare il comportamento deviante alla luce delle esperienze pregresse del soggetto. Sutherland evidenzia infatti come molti individui appartenenti alle classi svantaggiate conducevano una vita assolutamente conforme, mentre individui appartenenti alle classi agiate ponevano in essere dei crimini.

Grazie ai suoi studi Sutherland arriva ad evidenziare un tipo di criminalità meno nota e che suscitava una minore reazione sociale: la criminalità economica

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