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La pericolosità sociale e gli aspetti critici di questo delicato fenomeno giuridico e criminologico

“Quando uno psichiatra si accinge a formulare un giudizio di pericolosità ha le stesse probabilità di successo di una persona che si affidi al lancio di una moneta per prendere una decisione” Ennis e Litwack.

Con il termine pericolosità sociale possiamo intendere l’eventualità che un soggetto che abbia commesso un reato, possa riproporlo nelle medesime condizioni o in situazioni differenti.

Secondo l’Art. 203 c.p. (Pericolosità sociale): “Agli effetti della legge penale, è socialmente pericolosa la persona, anche se non imputabile o non punibile, la quale ha commesso taluno dei fatti indicati nell’articolo precedente, quando è probabile che commetta nuovi fatti preveduti dalla legge come reati. La qualità di persona socialmente pericolosa si desume dalle circostanza indicate  nell’articolo 133“. Ovviamente la Pericolosità sociale deve essere valutata e accertata dal giudice caso per caso, sulla base di una valutazione concreta della pericolosità dell’autore del reato e, a tal fine hanno rilievo i criteri elencati all’art. 133 c.p.

La nozione di pericolosità sociale è una concezione abbastanza complessa ed elaborata e con un passato ideologico e criminologico pesante, in quanto è stata contesa e dibattuta tra due scuole di pensiero criminologiche: la scuola positiva e la scuola classica.

Secondo la teoria della scuola classica che poneva attenzione sul fenomeno criminale e sulla giustizia penale, ogni individuo è libero di scegliere e quindi, ogni sua zione, avrà una conseguenza giudiziaria e penale, il concetto di certezza della pena. I massimi esponenti sono Beccaria e Bentham che affermano che la legge doveva proteggere sia la società che l’individuo, potendo operare come ottimo deterrente contro il comportamento criminale. Questo tipo di giustizia portò grandi innovazioni, in passato le accuse di reato erano segrete  e le pene inflitte non erano commisurate ai reati commessi.

Secondo la scuola positiva, che puntava ad una visione deterministica. L’interesse non è più centrato sul sistema di giustizia penale, ma si sposta verso il comportamento criminale, curando la prevenzione del crimine e la riabilitazione del reo. il reato è quindi la risultante della predisposizione a forze determinanti insite nell’individuo. La sanzione non deve essere né punitiva, né atta a scoraggiare il prossimo, ma  preventiva e ferma nel controllare le tendenze antisociali, considerando il tipo di criminale e non il delitto commesso: si doveva proteggere la società impedendo al criminale di commettere delitti.

Purtroppo, vi sono anche aspetti critici sulla pericolosità sociale.

Affinché sia accertabile una prognosi di condotta criminale, il delitto deve porsi come condizione necessaria ma non assolutamente sufficiente al fine di identificare il giudizio di pericolosità, che ricordiamolo, è abbastanza complesso e deve abbracciare più valutazioni nell’ambito del caso specifico.  Il problema della valutazione della pericolosità sociale è uno dei problemi della psichiatria forense, infatti il tutto si muove intorno alla scientificità della nozione di pericolosità e l’analisi dei fenomeni predittivi. Gli psichiatri utilizzano prevalentemente elementi di tipo non psichiatrico, quali  precedenti penali. Essi sono inclini a sovrastimare la pericolosità, comportandosi, di fatto, come agenti di controllo sociale.

Un aspetto interessante, nell’ambito della pericolosità sociale e la riabilitazione del soggetto ritenuto pericoloso, può riguardare l’aiuto delle terapie integrate come mindfulness e lo schema theraphy.

Ovviamente entrambe le applicazioni hanno come punto di contatto proprio l’esperienza sensoriale e il ricongiungersi con il proprio ambiente, ponendo l’attenzione sulla concentrazione e la regolazione ormonale. tenendo sotto controllo la gestione di impulsi.  Queste metodologie rappresentano un approccio integrato per il trattamento di problematiche difficili, croniche e di personalità.

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