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Il profiling funziona?

Con profiling intendiamo la ricostruzione della personalità dell’autore di un reato. Quanto è utile?

L’arte di creare un profilo criminale è controversa. Nata nell’Unità di Scienze Comportamentali dell’FBI, ha ricevuto, ad esempio, accoglienza tiepida da parte della nostra Polizia. Quando nacque l’Unità per L’Analisi Crimini Violenti in Italia, fu il suo responsabile Carlo Bui a spiegare chiaramente che era difficile applicare il profiling in Italia, perché si basava su principi, metodi e regolarità della cultura americana, che non era così immediato traslare in quella italiana o anche europea in generale.

Il profilo criminale si basa sulla ricostruzione della personalità dell’autore di reato, a partire dall’esame della scena del crimine e dei dati statistici collegati a quel tipo di reato, in quel tipo di luogo, con quel tipo di caratteristiche. Oltre che allo studio della vittima. Si può senz’altro affermare che ci siano caratteristiche in comune tra classi di reati, tanto che il profiling si applica molto meglio quando il reato è seriale. Alla fine di una profilazione, si deve poter essere in grado di dare informazioni su: sesso, razza, età, stato civile, stato sociale, storia professionale, caratteristiche psicologiche, sistema di valori, eventuali precedenti penali dell’autore di reato.

Certo, il profiling esercita comunque un fascino fortissimo, per via delle serie televisive che ce lo fanno apparire come qualcosa di magico, immediato, un’intuizione lampeggiante che risolve il caso con uno schiocco di palpebre. Ed ecco a voi il colpevole! Nella realtà non è affatto così e la stessa FBI ha spiegato come sia un’attività che richiede tempo, molto studio e pazienza. Il suo fine non è mai stato dare nome, cognome e indirizzo del colpevole, ma restringere il campo dei sospettati. Chiarito l’equivoco, però, ci chiediamo: nei casi concreti, serve? Pensiamo alla scomparsa della piccola Angela Celentano, avvenuta sul Monte Faito nel 1996. Dopo diversi anni di indagini infruttuose, fu chiamato l’FBI, che mandò due agenti. Il risultato delle loro indagini fu una descrizione del probabile colpevole che non ha mai portato a nessun arresto, solo a un sospetto che si rivelò poi estraneo. Idem per il contributo dato dall’FBI, ancora, nel caso dell’omicidio del Primo Ministro svedese Olof Palme, avvenuto a Stoccolma nel 1986. Anche qui il profilo stilato non aiutò l’impacciata polizia svedese a ottenere risultati concreti. I due casi sono ancora irrisolti.

D’altronde, una descrizione delle caratteristiche personologiche e di vita di un responsabile di reato sono spesso applicabili a centinaia di persone: non c’è mica scritto sopra nome e cognome. Eppure la storia del profiling è lunga e si può far iniziare dalla descrizione dell’autore dei delitti attribuiti a Jack lo Squartatore, avvenuta a Londra nel 1888. Fu uno dei medici legali che si occupò dell’inchiesta, il dottor Thomas Bond, a scrivere, senza saperlo, il primo profilo criminale della storia. Era il 10 novembre di quell’anno:

Gli omicidi sono stati commessi da un solo individuo maschio fisicamente prestante, audace e imperturbabile al tempo stesso. (…) Lo sconosciuto appare assai probabilmente innocuo, di mezza età, curato nell’igiene e ben vestito. Pensiamo abbia un mantello, perché difficilmente avrebbe potuto sottrarsi all’attenzione fuggendo per le strade con le mani e gli abiti insanguinati. Riteniamo che sia soggetto solitario ed eccentrico nei comportamenti. Non ha un’occupazione regolare ma vive di piccole entrate o di un sussidio”.

Anche in questo caso, Jack lo Squartatore non è mai stato catturato, per quanto il dottor Bond avesse avuto una serie di intuizioni e osservazioni del tutto ragionevoli.

Dunque nei casi senza serialità ci si può aspettare poco. Se restiamo nel nostro Paese, però, l’FBI torna ancora in scena, interpellato dalle autorità, nel caso del Mostro di Firenze, realizzando nel 1989 un’immagine davvero precisa del serial killer. Un vestito che calzava bene, come già era ben fatto il quadro psicologico dell’assassino disegnato dai consulenti De Fazio-Luberto-Galliani nel 1984-1985 per lo stesso caso: ma anche qui, nelle due descrizioni, per quanto accurate, potevano starci molti uomini, fu difficile verificare il profilo nella realtà. E nessuno sa con certezza chi sia l’assassino.

Insomma, il punto non è che il principio sia sbagliato: studiare le regolarità statistiche di un reato seriale è del tutto corretto ed è alla base anche dei software predittivi, che oggi sono realtà. Così come è corretto dire che l’esame del reato ci parla della personalità del suo autore. Ma il punto è poi partorire informazioni che restringano tantissimo il campo, perché se rimane invece un campo largo, sono del tutto inutili per arrestare il colpevole. Fanno scena e basta.

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