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Hikikomori, il fenomeno di reclusione giovanile. Intervista al Dottor Marco Crepaldi

Il fenomeno Hikikomori si è diffuso in Italia da qualche anno e identifica tutti quei ragazzi che vivono nella loro camera da letto, evitando qualsiasi contatto con l’esterno.

Un tema sicuramente importante e forse poco approfondito, probabilmente incrementato dopo questa ondata epidemiologica che per un periodo ci ha visti costretti in casa con una limitazione importante dei nostri contatti. Una variante che ha inciso in maniera importante coinvolgendo ed enfatizzando questo isolamento.

Cosa succede quando un ragazzo si isola? E come vivono le famiglie questo momento? Ho provato ad approfondire il tema con il Dottor Marco Crepaldi, Psicologo, divulgatore e fondatore di Hikikomori Italia.

Dottor Crepaldi, che cosa si intende con il termine Hikikomori?

Hikikomori significa semplicemente stare in disparte, isolarsi. È un termine che nasce in Giappone per definire, appunto, quei ragazzi che già negli anni ’80 iniziavano ad abbandonare la scuola e a chiudersi nelle proprie abitazioni o -nei casi più gravi- nella propria camera da letto. Se vogliamo dare una definizione più specifica tradurrei il termine con “isolamento sociale volontario giovanile“.

Questo isolamento inizia soprattutto durante l’adolescenza e la prima età adulta ed è una forma di solitudine sociale volontaria perché appunto il/la ragazzo/a percepisce questo come una sorta di scelta, per certi versi forzata. Magari non è felice però sente l’isolamento come forma di protezione o fuga da un ambiente sociale molto ostile. In alcuni casi è una scelta intenzionale e radicata che diventa qualcosa di più profondo che il ragazzo non vuole mettere in discussione e quindi rifiuta ogni aiuto.

In altri casi, quando resta sul piano emotivo e non razionale potrebbe comunque cercare aiuto, solitamente questo accade quando ormai il problema è già cronicizzato.

Quali sono i possibili eventi scatenanti che persuadono e inducono i ragazzi ad isolarsi all’interno delle proprie camere?

Più che di eventi scatenanti, parlerei di cause macrosociali, familiari e individuali. Brevemente, le prime sono legate alla competizione e all’ansia sempre più crescente enfatizzata dai social. L’idea di dover essere brillanti, belli, simpatici e di successo, accresce il timore da prestazione sociale.

Tutto ciò è incrementato nei giovani con una preoccupazione per il futuro sempre più complessa e non ottimistica. Tra le cause familiari possiamo invece ritrovare genitori super protettivi, che tendono a favorire una chiusura del ragazzo a riccio, ma anche le pressioni continuative e le aspettative nei confronti del ragazzo, che portano una forte componente stressoria.

Per ultima, le cause individuali, perché gli Hikokomori sono individui introversi, sensibili e ragazzi plus dotati, con un quoziente intellettivo superiore alla norma, che risentono però di forti deficit emotivi.

In seguito all’ondata epidemica Covid-19 che ha coinvolto tutti noi, la situazione è degenerata?

Sicuramente è peggiorata, perché la condizione di chiusura vissuta durante l’epidemia ha permesso, nelle persone con situazioni limite, la cronicizzazione di questa sintomatologia.

Una volta sperimentato l’isolamento, i ragazzi hanno trovato una nuova situazione di confort, che si fa fatica ad abbandonare, il covid ha accelerato questo processo di isolamento, aggravando quei casi già problematici.

Un altro problema riguarda proprio l’attenzione sul fenomeno Hikikomori che è scemata in questi anni perché, a livello mediatico, se ne è parlato molto meno rispetto all’emergenza epidemiologica

Cosa fare per contrastare questo fenomeno sempre più diffuso? E come chiedere aiuto?

Bisogna fare un discorso su più fronti: sicuramente parlarne, sensibilizzare sull’argomento, formare insegnanti, professionisti, sanitari. Anche i genitori sono molto importanti in questo discorso, noi ad esempio sosteniamo i genitori con gruppi di auto-mutuo aiuto o colloqui psicologici gratuiti con professionisti dell’associazione e in alcune regioni lavoriamo anche a livello domiciliare.

La cosa da fare è abbassare l’ansia da prestazione sociale che trova terreno fertile nei ragazzi, data anche da una cattiva gestione dei social e internet. Coordinare questo non è semplice. Di solito su dieci richieste di aiuto, otto sono da parte di genitori che hanno compreso quanto il figlio stia vivendo un grave problema di isolamento, ma lo stesso adolescente non è d’accordo con questo. Le richieste di aiuto arrivano sia alla nostra mail, attraverso il sito e i social.

Bisogna comunque dire che spesso, i ragazzi, non si rendono conto di ciò che stanno vivendo proprio perché per loro è normale questo isolamento. Ecco perché hanno bisogno di aiuto.

Per informazioni : info@hikikomori.it

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