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Dove va la genetica forense?

Sappiamo tutti qual è il ruolo delle genetica forense nelle indagini, ma in che direzione si sta muovendo? Quali nuovi apporti potrà darci in futuro? Abbiamo chiesto questo ed altre cose a Noemi Procopio, ricercatrice alla Northumbria University di Newcastle (Gran Bretagna) e premiata quest’anno agli Investigation & Forensic Award.

Le innovazioni in genetica forense sono dettate principalmente dallo sviluppo tecnologico. Ad oggi possiamo ottenere, partendo da tracce biologiche, informazioni aggiuntive rispetto al passato, al fine ultimo di identificare l’individuo. In generale, l’introduzione e lo sviluppo delle tecnologie di sequenziamento genetico tramite Next Generation Sequencing (NGS) stanno infatti permettendo di aggiungere tasselli importanti per le indagini, quali la determinazione della provenienza biogeografica di un individuo, la sua età, e la predizione di alcuni dei suoi tratti fenotipici, come colore di occhi e capelli, che senza dubbio portano grandi benefici all’investigazione. Allo stesso modo, anche lo studio del microbioma personale si sta rilevando in grado di dare informazioni aggiuntive sulla persona, come abitudini personali e stile di vita, così come sul cadavere, per la stima dell’intervallo di tempo trascorso dalla morte. Pertanto, la combinazione del sequenziamento del genoma personale e di quello microbico tramite NGS potrà essere il nuovo apporto che la genetica forense potrà fornire per le indagini.

Qual è stata la prima volta che la genetica forense è stata usata nelle indagini, nel nostro Paese? 

Il primo caso risale al 1987, quando la prova del DNA fu usata per l’omicidio di Lidia Macchi, grazie alla collaborazione di un laboratorio inglese che aveva provveduto a fare le analisi e a condividerle con il nostro Paese, dal momento che l’Italia era ancora sprovvista degli strumenti per eseguire tali analisi.

Come si colloca l’Italia nel campo della ricerca genetica a livello internazionale?

Purtroppo la posizione dell’Italia non è delle migliori – la carenza di fondi destinati alla genetica forense, gli scarsi investimenti che gli istituti di ricerca (quali, ad esempio, le Università) dedicano a questa disciplina, e il fatto che i laboratori possano essere accreditati ISO17025 solo se di fatto convenzionati a ospedali o policlinici, pone grandi difficoltà per la progressione della ricerca in questo settore.

A che livello è la formazione in Italia per il tuo settore? Quale percorso formativo per chi vuole intraprendere questo lavoro? 

Il percorso formativo in Italia sta migliorando rispetto alle possibilità presenti una decina di anni fa, quando sono partita per fare il dottorato in proteomica forense in Inghilterra presso l’Università di Manchester. In ogni caso, noto grandi differenze tra l’offerta formativa in Inghilterra, dove esistono decine di Università che offrono lauree triennali in Scienze Forensi e lauree magistrali in discipline ancora più specialistiche forensi. La formazione offerta in Inghilterra, così come in altre nazioni, è assolutamente pragmatica e focalizzata all’applicazione della scienza al settore forense, mentre in Italia su questo siamo ancora molto indietro. In questi ultimi anni sto notando, con grande piacere, la nascita di alcuni corsi di Laurea Magistrali in discipline forensi, e di questo sono molto felice, ma devo dire che il mio consiglio rimane, ahimè, quello di ottenere una laurea o un dottorato all’estero in scienze forensi per intraprendere poi una carriera in questo settore.

Sei stata premiata agli Investigation & Forensic Award 2022 per aver guidato la ricerca denominata “ForensOMICS” della Northumbria University. Puoi spiegarci di cosa si tratta?

Il gruppo “ForensOMICS” è nato grazie ad un grosso finanziamento che ho vinto stanziato dall’ente UK Research and Innovation (UKRI), denominato Future Leaders Fellowship. La mia Fellowship di ricerca mi ha permesso di stabilire un gruppo di ricerca, di cui sono a capo, composto ad oggi da un Post-Doctoral Fellow e da tre studenti di dottorato. Il progetto dura 7 anni, e ci stiamo occupando di applicare metodi “omici” come la genomica, la proteomica e la metabolomica, su ossa umane campionate presso tre “body farm” negli Stati Uniti dove i corpi vengono donati a fini di ricerca in ambito forense. Queste analisi ci permetteranno di migliorare la stima del periodo trascorso dalla morte e la stima dell’età dell’individuo, a partire da una piccola quantità di polvere di osso. Questo progetto ha il fine ultimo di migliorare le possibilità di identificare individui sconosciuti, in casi di cadaveri altamente decomposti o scheletrizzati, e di chiarire le circostanze riguardanti la loro morte.

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