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di:  

editoriale_cosimo_cordaro

Cosa accade quando ci tocca giudicare i giudici (male)

Ovvero le “indagini su magistrati al di sotto di ogni sospetto”, la sfiducia degli italiani nei tribunali, le ricadute sulla società e su di noi, che davanti o insieme a loro lavoriamo ogni giorno

Il punto è tanto chiaro quanto inquietante: solo il 39% degli italiani si fida dei magistrati. E ben il 49% dichiara in modo esplicito di non fidarsi (è superfluo sottolinearlo, ma si tratta di una persona su due, all’incirca).

È un problema per tutti, e bello grosso, ma per chi si occupa d’indagini, di perizie, di discipline forensi, di gestione e recupero del credito lo è N volte tanto.

Ma cominciamo dalle cause del malessere. Alcune sono generali e in certo qual modo “irrazionali”, dovute più che altro a una percezione della realtà fortemente influenzata dalle posizioni politiche personali, da un discorso sulla cosa pubblica che negli ultimi trent’anni, almeno, appare estremamente polarizzato e in qualche modo imbarbarito. In parole povere, se la mia “tribù” ce l’ha con i giudici, a torto o a ragione, spesso mi accodo e accolgo acriticamente lo sdegno e la condanna.

Non vale naturalmente per tutti i critici del “sistema” giudiziario nazionale. Molti sono spinti a pensar male dagli scandali recenti e meno recenti, i casi Amara e Palamara (sembra uno scioglilingua). Tra costoro, la considerazione minima che si possa incontrare, in negativo, è che tra i signori delle corti le lotte di corrente e per le investiture, sotterranee o dichiarate, non facciano un granché bene a serenità e reputazione. Infine, di certo, una limitata percentuale ce l’ha con i magistrati sulla scorta di brucianti esperienze personali o di valutazioni a proposito di lentezza, garantismo ritenuto eccessivo, percepite logiche di casta e più o meno diffusa discutibilità delle decisioni. Questo il quadro e, diciamo la verità, uno o l’altro dei punti lo condivide o l’ha condiviso ciascuno di noi.

Il prestigio e la credibilità del Terzo Potere dello Stato, però, sono fondamentali: si tratta dei controllori, dei garanti della legalità e del corretto esercizio degli altri due. Senza magistrati al di sopra di ogni sospetto, o quasi, tutto il resto crolla, trascinando con sé non solo le basi fondamentali della convivenza civile, ma anche cruciali dinamiche sociali ed economiche.

Torniamo all’avvio del discorso: se quanto appena contemplato conta moltissimo per il cittadino X, che questi se ne renda conto o meno, tanto più riverbera sulla certezza e sull’integrità delle decisioni che per diverse categorie economiche incarnano le premesse quotidiane al proprio mestiere. E non abbiamo menzionato le lungaggini della giustizia civile.

Le ragioni alla base di questa debacle sono parecchie, e si ritrovano tanto nelle più alte sfere della ragion politica nazionale, quanto nelle cattive abitudini di tutti i giorni. Nel primo caso potremmo per esempio citare una sproporzionata attribuzione di poteri e aspettative proprie, da parte di partiti, legislatori e opinione pubblica, ai magistrati, tanto da farne ormai la longa manus di istanze diverse, le quali sarebbero appannaggio d’altri soggetti.

Guardando verso il basso, invece, troviamo la cronica disorganizzazione degli uffici giudiziari, nei quali passano mediamente mesi prima che un magistrato “legga le carte” di un procedimento (occorre precisare che al bel risultato concorre anche, in parte, l’eccessiva litigiosità dei nostri connazionali).

Soluzioni? Non occorre elencare quelle che ci vengono in mente. Sono al centro del dibattito, ora con più, ora con meno intensità da decenni. Informatizzazione? Sì, ma fatta con criterio e in modo sistemico, altrimenti servirebbe – come è stato fino a ora -. solo per cementificare il caos. Riforma delle carriere e del sistema giudiziario civile? Certo che sì: e pare che il Governo Draghi ci stia finalmente pensando con serietà, seppur in termini ancora poco conosciuti ai più. E così via, sperando e proponendo.

Resta in bocca, per ora, il sapore amaro di una banalissima verità: se non crediamo nei tribunali e in chi li regge, se da essi non ci aspettiamo niente, ci troviamo su una pessima china per una supposta “matura” democrazia occidentale. E se, come operatori economici, non possiamo contare su di loro, prima o poi, forse, ci toccherà cambiare mestiere. Ma c’è poco da ridere: il dramma non sarà solo nostro, bensì di tutta la società in cui viviamo.

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