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Era o non era lui? Riconoscere un volto

Il riconoscimento oculare è una faccenda piuttosto difficile, nell’immediato. Figuriamoci a distanza di anni.

Il Tribunale di Gerusalemme, nel 1987, ebbe l’enorme problema di stabilire se l’imputato John Demjanjuk era o no “lvan il terribile”, il boia di Treblinka (Polonia), criminale di guerra nazista che durante la Seconda Guerra Mondiale fu celebre per la sua crudeltà, il sadico piacere con cui torturava e uccideva gli ebrei.

Nessuno ne sapeva il cognome fino al 1975, quando l’Urss fece una lista di criminali nazisti, includendovi John Demjanjuk, identificato appunto come Ivan il Terribile. Si trattava di un ucraino emigrato nel 1951 negli Usa, dove aveva fatto l’operaio. L’Immigration Service americano mandò sue foto agli israeliani e molti sopravvissuti di Treblinka lo riconobbero. Ma altri no; e a parte questo non c’erano altre prove che fosse lui. Ma per gli americani era sufficiente e nel 1986 lo spedirono in Israele.

Nel 1987 al processo quei testimoni furono decisivi. Fu prodotto anche un documento di riconoscimento che provava come Ivan Demjanjuk (con la stessa data di nascita, faccia e cicatrice sulla schiena di Demjanjuk) era stato un volontario ucraino delle SS operanti a Sobibor, 100 km in là. Ci furono dubbi sull’autenticità del documento (l’esame degli inchiostri fu contestato dalla difesa, e quel documento era diverso da altri che erano rilasciati) e sul fatto che quello nella foto fosse lui.

18 aprile 1988: fu condannato a morte, ma la sentenza stabiliva che le prove documentali erano contraddittorie e quindi per la condanna restavano solo i testimoni. Quale valore, si chiese la Corte, potevano avere le loro deposizioni 45 anni dopo? Potevano ricordare? La risposta della giuria fu che, per quello che avevano passato, non potevano dimenticare e questo giustificò la condanna a morte. Una risposta completamente antiscientifica.

In Appello, nel 1990, però i suoi avvocati provarono che il vero nome del boia di Treblinka era Ivan Marchenko. Fu assolto. Tornò negli Stati Uniti.

Era successo che uno dei testi principali, Rosenberg, aveva accusato Demjanjuk,  sapendo che non era Ivan, perché tutto Israele voleva questo, e perché voleva fare un atto eroico per riequilibrare il suo senso di colpa di essere un sopravvissuto; voleva farsi accettare e celebrare dal suo popolo. Non è così incredibile: i sopravvissuti venivano infatti trattati male al loro ritorno in Israele. La gente si chiedeva: perché erano sopravvissuti? Perché non erano morti come tutti? Avevano collaborato? Perché non si erano immolati a Dio?

Era successo che la difesa aveva scoperto una dichiarazione olografa di Rosenberg, del 1947, in cui dichiarava alle autorità che lui e altri deportati erano entrati nella baracca del campo e avevano ucciso Ivan con un colpo di vanga, durante una rivolta.

Era successo che Patricia Smith, esperta di riconoscimento facciale, aveva identificato Demjanjuk con la foto di Ivan, ma era stata attaccata in udienza ed entrata in contraddizione, ammettendo che la scienza dell’identificazione non è proprio esatta.

Era successo che Otto Harn, gerarca ss del campo di Treblinka, aveva riconosciuto Ivan nella foto di Demjanjuk, ma il video finale di riconoscimento appariva chiaramente pilotato: un uomo anziano e incerto a cui veniva fatto capire chi doveva riconoscere.

Era successo che 77 sopravvissuti di Treblinka che vivevano negli Usa non lo avevano riconosciuto.

Nel 1993 la Corte Suprema d’Israele chiuse il caso, ribadendo l’assoluzione.

Negli Usa, dove Demianiuk era tornato, ci fu un colpo di scena molti anni dopo. Nel 2009 infatti l’Immigration si portò via Demianiuk da casa sua, sulla sedia a rotelle. Lo spedirono in Germania, competente a giudicarlo per essere stato lui una guardia delle SS che aveva partecipato allo sterminio e dove, a 91 anni, venne condannato a 5 anni. Demjanjuk morì dopo un anno, in Germania, in casa di riposo, mentre era in attesa dell’appello.

Di certo aveva il tatuaggio del gruppo sanguigno che si faceva in un’unità particolare delle Ss, le Totenkhof: ne aveva fatto parte. Bastava per dire che fosse stato a Treblinka?

Provare l’identità di qualcuno può essere tremendamente difficile a decenni di distanza, se tutto ciò che si ha sono fotografie in bianco e nero e i ricordi di persone traumatizzate. Quando poi si cambia fisicamente ed entra in ballo l’interesse a condannare qualcuno, allora un processo diventa un groviglio da cui difficilmente si esce.

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