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Isabella Merzagora: una criminologa appassionata di romanzi gialli

In occasione dell’uscita del suo ultimo libro “Una vita per il crimine”, abbiamo intervistato Isabella Merzagora, Presidente della Società Italiana di Criminologia

Giurista, psicologa, specialista in criminologia clinica e dottoressa di ricerca in scienze criminologiche e psichiatrico forensi, Isabella Merzagora ha di recente pubblicato il suo nuovo libro, “Una vita per il crimine. Come una criminologa legge i gialli”. Merzagora ci ha concesso una lunga intervista in cui ha presentato la sua ultima fatica, ha parlato del suo rapporto con la letteratura poliziesca, del suo lavoro e del rapporto tra quest’ultimo e i romanzi gialli.

Gentile, Prof.ssa Merzagora,

Di cosa tratta il suo libro “Una vita per il crimine. Come una criminologa legge i gialli”?

Difficile dire se tratta più dei libri gialli o più della criminologia. Sono partita dalla considerazione che la letteratura poliziesca – un tempo considerata con una certa sufisance un genere minore – in realtà oggi sia pretesto per parlare degli ambienti in cui viviamo, dei problemi che agitano la società, per affrontare i temi che ci interessano. La storia del Paese, persino, basti pensare ai difficili rapporti del “giallo” e dei giallisti con il Fascismo, ma poi a temi quali la discriminazione nei confronti degli stranieri, la discriminazione di genere, la criminalità organizzata, quella della corruzione, e naturalmente il poliziesco è pretesto per parlare del crimine.

Non solo però nel senso di “scoprire chi è stato”, come succedeva forse ai tempi del giallo classico, ma per parlare anche dei fenomeni criminali, tant’è vero che in molti gialli ho trovato le teorie e le affermazioni dei criminologi, naturalmente esposte con uno stile letterario, ma tanto vicine e “vere” che in un caso – parlando di “autopsia psicologica”- ho potuto persino fare una tavola sinottica: da una parte le affermazioni dello scrittore, dall’altra quelle dello scienziato.

Molte volte leggendo i romanzi mi sono detta: “Ma guarda, è proprio così”, e questo ho voluto comunicare al Lettore affiancando alla letteratura qualche approfondimento teorico, senza essere accademicamente noiosa. Insomma, ho fatto anche un manualetto di criminologia ma leggero, persino spiritoso, come talora sono i giallisti.  

Qual è il suo rapporto con la letteratura poliziesca? E quanto (se possibile) quest’ultima ha influenzato la sua scelta di vita?

Senza scomodare la psicanalisi, può darsi che a farmi intraprendere lo studio della criminologia sia stata la stessa molla che mi ha condotta a leggere i polizieschi, cioè la passione ereditata da mio padre per i “gialli” di cui sono a tutt’oggi ingorda consumatrice, anche se solitamente in “modalità divano”, cioè la leggo per rilassarmi, quando stacco la spina. Di lavoro faccio il criminologo, nel tempo libero leggo gialli: una vita per il crimine appunto.

La mia “scelta di vita” – a proposito: è poi davvero una scelta il lavoro che vai a fare? E il delitto è sempre una scelta? – cominciò con la richiesta della tesi in criminologia, e la chiesi a Guido Galli, professore e magistrato, ma mentre la scrivevo alcuni appartenenti all’organizzazione terroristica Prima Linea lo uccisero proprio in università, all’uscita da una lezione. Una tragedia, un atto di estrema ingiustizia nei confronti di un uomo dalla specchiata moralità e dal grande impegno, e un modo per farmi capire che mi aspettava un futuro impegnativo. Discussi comunque la mia tesi, continuai a occuparmi della materia, lavorai come esperto in due carceri lombarde, come perito psicopatologo forense per i tribunali, affrontai qualche concorso accademico e mi ritrovai professore di criminologia all’Istituto di Medicina Legale dell’Università di Milano, dove sono tutt’ora, fra un giallo e l’altro, e mi sono trovata Presidente della Società Italiana di Criminologia.

Nel corso della sua esperienza lavorativa quali casi (che ha seguito da vicino) “inserirebbe in un suo romanzo giallo”?

In qualità di perito sulla “capacità di intendere e di volere” ho seguito molti casi, probabilmente ho conosciuto più assassini che dentisti o carrozzieri, tanto per dire. Ho conosciuto serial killer che godevano della sofferenza delle vittime e ho conosciuto disperati, con tutto quello che sta in mezzo. E appunto ho imparato che non sono tutti uguali, che il delitto non è l’unica chiave di lettura di una persona. Anche nei gialli, d’altra parte, non sempre l’omicida è il cattivo e non sempre il detective è un eroe senza macchia.

Come la criminologia sa e come la letteratura ha capito, il bene e il male non sono così nettamente disgiunti, anzi convivono in noi, e questo è un altro motivo della fortuna dei polizieschi. Con le parole di De Quincey: “L’assassino porta sulle sue spalle una grande e drammatica responsabilità – egli è il delegato di tutti gli assassini che non uccidono”. E Pessoa rincara: “L’uomo che uccide è in tutti noi ma, per fortuna, smorzato. Siamo tutti assassini dormienti”.

Gli attuali polizieschi sono privi di preconcetti, talora persino piuttosto spregiudicati. Nel mio libro ci sono esempi, e certamente stanno venendo in mente anche a voi, per esempio quel vicequestore che si rolla quotidianamente spinelli… Nel mio libro ci sono anche esempi di criminali che ho conosciuto io, un simpatico truffatore, per esempio, un mafioso trafficante di cocaina, e altri. Personaggi, anche loro, nel senso letterario del termine, e veri.

Realtà e fiction: alla luce della sua esperienza da criminologa ed esperta del crimine, quanto l’una influenza l’altra e viceversa?

Per cominciare, l’oggetto è lo stesso, o quasi, perché la criminologia non si occupa solo di omicidi, per il giallo invece i furti, per esempio, non sono avvincenti, ci vuole un cadavere, almeno uno.

Poi, come dicevo, quello che ho chiamato “giallo pretesto” si incontra con la criminologia perché non si preoccupa solo di smascherare o acchiappare il criminale ma è occasione per parlare del tempo e del luogo in cui si colloca, della storia, degli usi, della cultura, si intreccia con la Storia, al di là dell’intreccio relativo alla vicenda poliziesca. Già in questo senso il giallo si avvicina alla scienza criminologica, e già in questo senso si comprende come mai non pochi scrittori di letteratura “alta” si siano cimentati nel poliziesco, e anche di costoro parlo e porto esempi, ricordando almeno Dino Buzzati, Emilio De Marchi, Italo Svevo, Eugène Sue, Honoré de Balzac, Guy de Maupassant, Ferdinando Pessoa, Jorge Luis Borges, e il grandissimo Carlo Emilio Gadda.

Ci sono le differenze, è ovvio, il giallo racconta con stile e modelli letterari, la criminologia teorizza anche se a propria volta può essere un pretesto per narrare storie criminali.

Un altro punto che distingue letteratura e criminologia è che la criminologia inizia dove il romanzo poliziesco finisce: il poliziesco vuole risolvere il mistero, scoprire chi è stato, la criminologia ha già in mano l’autore e vuole sapere com’è fatto, perché lo ha fatto, com’era il suo ambiente, quale il tessuto sociale, cosa farne di lui e come fare perché non ci ricaschi. Il protagonista per la criminologia è il criminale, per il giallo è il detective.

Quali sono i suoi romanzi gialli preferiti?

Intanto i gialli cosiddetti “deduttivi”, che chiamerei pure “d’ambiente” per sottolinearne il versante culturale, non quelli che descrivono squartamenti e che grondano sangue, alla Grand Guignol. D’altra parte, io lavoro in un Istituto di Medicina Legale, quando torno a casa, fatemi riposare!

E poi leggo soprattutto gialli italiani perché se voglio parlare dei polizieschi d’ambiente e del loro legame con la criminologia devo anche tenere conto della specificità criminale italiana o magari europea. Tanto per dire, negli Stati Uniti i tassi di omicidio sono sette volte maggiori di quelli medi degli altri Paesi ad alto reddito, Italia compresa.

Se voglio mostrare come la letteratura di genere poliziesco sia lo spunto per descrivere ambienti e situazioni, è bene che mi dedichi a quegli ambienti e a quelle situazioni che conosco e riconosco.

D’altro canto, in Italia non c’è città o paese o località che non abbia il proprio giallista: Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Catania, poi il lago Maggiore o quello di Como, l’Appennino tosco-emiliano, le piccole Pineta e Borgomarina. Insomma, paese che vai giallo (e delitto) che trovi. Inoltre sono di Milano, quindi mi appassiono di più se il libro che leggo è occasione per parlare di luoghi e atmosfere che mi sono famigliari. E i gialli ambientati a Milano sono tanti, sarebbe da chiedersi il motivo: forse perché un rapporto Censis afferma che Milano da “capitale morale” del Paese sarebbe divenuta “capitale del crimine”, detenendo il primato, anche in rapporto alla popolazione residente, dei crimini denunciati. “Non è facile vivere a Milano, sapete.” scrive Robecchi “può essere uno sport estremo”. Nel bene e nel male, appunto, Milano è una città significativa, dove si sono viste nascere le vicende politiche e anche delinquenziali più importanti d’Italia, pure per questo ci sono tanti giallisti.

La casa editrice è Pensa Multimedia ed il libro sarà disponibile a partire dalla fine di marzo… non ci rimane che aspettare con impazienza!

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