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Intervista a Nicodemo Gentile, l’avvocato di strada

Abbiamo avuto il piacere e la soddisfazione di intervistare Nicodemo Gentile, avvocato penalista cassazionista, scrittore e presidente dell’associazione Penelope Italia

“Nulla è come appare”: è il titolo dell’ultima fatica letteraria di Nicodemo Gentile, noto avvocato penalista cassazionista, al centro di numerose vicende giudiziarie che grande riscontro mediatico ebbero negli ultimi anni in Italia. Il libro parla delle sue esperienze professionali nei diversi tribunali italiani e tratta di numerose tematiche riguardanti le scienze e le discipline forensi. In occasione dell’evento Un’ora con… Nicodemo Gentile, in programma il 3 giugno 2021 alle 17.00 e in cui l’avvocato di Cirò presenterà il suo ultimo libro, abbiamo avuto il piacere di intervistarlo per sapere qualcosa di più sulla sua brillante carriera.

Quando e dove ha iniziato la sua attività?  C’è stato un accadimento, un momento, un motivo in particolare che l’hanno spinta ad intraprendere questo percorso professionale?

Da adolescente, in casa si seguivano le puntate di Perry Mason, molti pomeriggi del mio tempo liceale li ho trascorsi in compagnia delle avventure di Sherlock Holmes, poi all’università ho incontrato il grande Simenon, inevitabile quindi tuffarsi nel mondo dell’avvocatura, quindi una vocazione naturale, direi, poi l’incontro con il c.d. penale, che mi ha indicato la strada e a partire dal 2007, con l’omicidio a Perugia della giovane Meredith, il mio destino professionale ha segnato il passo.

Tornando alle origini, lei si definisce un avvocato di strada: ebbene, che cosa ha imparato dalla strada?

La strada è stata maestra di vita, mi ha fatto conoscere i sacrifici, senza rubarmi però la voglia di sognare, sempre però con i piedi per terra, mi ha dato la forza di elevarmi. La strada mi ha fatto conoscere il valore dell’umiltà, mi ha regalato la voglia di impegnarmi, di progettare. La strada mi ha fatto prima uomo e poi professionista, anche perché le due cose devono sempre camminare di pari passo.

Rispetto ai numerosi casi giudiziari ai quali ha preso parte, ce n’è qualcuno che l’ha particolarmente coinvolta o che ricorda in particolare? Crede vi sia un minimo comun denominatore nei crimini da lei presi in esame e nel crimine in generale?

Ce ne sono tanti: l’avvocato, come un inviato di guerra, si trova spesso sul fronte del processo a misurarsi con storie di vita, di amore, di morte, e tante di esse lasciano il segno, un marchio a fuoco capace di toccare le corde più profonde dell’animo umano, chi per un verso e chi per un altro. Non riesco a dirle che una storia mi ha coinvolto più di un’altra, mi sembrerebbe di fare un torto a una vittima, a una famiglia superstite, e anche a me stesso. Posso invece dirle che ogni storia mi ha coinvolto in maniera diversa, toccando corde e intensità diverse.

Nel 2020 i reati sono tendenzialmente diminuiti, tuttavia sono aumentati quelli di genere. Alla luce della sua lunga esperienza in quest’ambito, quali sono secondo lei le soluzioni per arginare questa terribile piaga sociale?

Un atto di violenza non è mai giustificabile, né attenuabile. Nell’ultimo anno sui giornali abbiamo letto di sentenze per episodi di femminicidio nelle quali si è tirata in ballo una presunta reazione emotiva e la relativa intensità, ai fini di un’attenuazione della pena. Si è fatto riferimento ad una “tempesta emotiva”, ad un sentimento “molto intenso, non pretestuoso, né umanamente del tutto incomprensibile”. In realtà, nessuna reazione emotiva, nessun sentimento, pur intenso, può giustificare o attenuare la gravità di una violenza fisica o psicologica, men che meno di un femminicidio. Bisogna prevenire, con attività di sensibilizzazione e formazione, la sola repressione ha mostrato i suoi limiti, infatti, i numeri dei reati in questo doloroso ambito sono impietosi.

Quale ritiene sia stata la sua, o le sue, qualità (professionale e non) più importante nel corso della sua carriera e che le ha permesso di raggiungere il successo? Allo stesso modo, cosa si sente di consigliare ai giovani che vogliono diventare avvocati?

Senza esitazioni dico la passione e la trasparenza. Il nostro mondo può essere fonte di grandi soddisfazioni, ma pretende tanta abnegazione, l’impegno può essere costante solo se supportato da una vera e costante passione. La trasparenza, ti fa essere libero, ti regala dignità e stima con le parti naturali di un procedimento o di un processo, cioè con i Giudici, i Pubblici Ministeri, gli investigatori e i colleghi coinvolti. I giovani devono avere la pazienza del tempo. Voglio dire che tra la semina e la mietitura deve esserci il giusto spazio temporale, il corretto intervallo, altrimenti niente sarà come dovrebbe essere e tutto sarà prematuro. La professione è formazione, esperienza, responsabilità.

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