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Il ruolo della psicologia forense nelle indagini

Lo chiediamo a Carmelo Dambone, Presidente della Società Italiana di Psicologia Clinica Forense,docente in «Comunicazione, mass media e crimine» all’ Università IULM di Milano e vincitore dei Forensic Awards 2022.

Che contributo può dare la psicologia forense nelle indagini?

La psicologia giuridica si occupa principalmente dello studio e dell’osservazione delle dinamiche comportamentali in soggetti coinvolti in provvedimenti attinenti al contesto giuridico (penale, civile). Analizza i fattori psicologici rilevanti ai fini di una valutazione giudiziaria. Oramai è consolidato il contributo dato al mondo del Diritto. Nell’ambito civile spicca decisamente il suo impiego nei casi di valutazione sulle competenze genitoriali. L’utilizzo nella fase di indagine investigativa, anche se presente, non appare ancora strutturato e consolidato. La nostra disciplina sarebbe in grado di fornire, fra i tanti, un valido apporto scientifico, ad esempio, nell’analisi psicologica di autori di reato.

Qual è stata la prima volta che la psicologia forense è stata usata nelle indagini, nel nostro Paese?

Sicuramente ha radici molte antiche e basti pensare che le prime pubblicazioni in ambito psico-giuridico risalgono già all’anno 1882, con un libro interessante, di Giuseppe Ziino, dal titolo: “La fisio-patologia del delitto”. La disciplina nel corso degli anni si è arricchita grazie anche all’apporto delle neuroscienze, confrontandosi con altrettante discipline scientifiche, fintanto ad arrivare ai numerosi lavori del compianto Prof. Gaetano De Leo.

Ritengo che la prima volta dove la disciplina è stata impiegata in modo più strutturato è stato nell’anno 1903, con il I corso a Roma per funzionari di P.S., diretto dal Prof. S. Ottolenghi. Da lì è stato un susseguirsi di arricchimenti. Oggi fortunatamente è prassi negli istituti formativi.

Di quali casi ti sei occupato finora nella tua carriera e qual è  quello che ti ha dato la maggior soddisfazione professionale?

Mi sono occupato di tantissimi casi, anche con elevata risonanza nazionale, ma ritengo, per non esacerbare, di tenere il riserbo. Ogni caso, però, mi ha lasciato un qualcosa, un qualcosa che mi ha appagato non solo professionalmente ma anche umanamente.

Quindi posso dirti con certezza che la mia maggiore soddisfazione professionale è stata in quei casi non legati alla vittoria di una battaglia legale, ma al senso di riconoscimento e legittimazione per la vittima o autore accusato ingiustamente.  Sono molto attento a tutte le tipologie di reati ma principalmente in mio interesse è rivolto alla vittime di forme di abuso e, a seguire, agli autori di reati sessuali/maltrattamenti. Cerco sempre di operare tenendo lontani, che sia vittima o autore, i preconcetti legati alla vita privata, allo stile di vita o reputazione.  La soddisfazione maggiore risiede proprio nel riconoscermi un professionista che opera con eticità e deontologia.

A che livello è la formazione in Italia per il tuo settore? Quale percorso formativo per chi vuole intraprendere questo lavoro?

Oramai appare chiaro che lo psicologo forense per svolgere al meglio la propria attività professionale debba possedere una consolidata conoscenza della prassi giuridica.

Una criticità e/o una inesattezza, e non solo nella forma, a volte può invalidare una consulenza o una perizia. Oltretutto pensiamo, su un piano psicologico, ai risvolti che possono avere talune incompetenze, ad esempio nellascolto del minore vittima di forme di abuso e/o la sua valutazione per la testimonianza (vittimizzazione secondaria, domande suggestive, ecc.). Bisogna anche dire che sul palcoscenico italiano oramai da tempo gli interventi e la formazione dei professionisti nel campo della psicologia giuridica sono diventati un terreno da “far west”. Oltre ai professionisti seri ci sono troppi esperti autoproclamati, privi di formazione adeguata e di accreditamento scientifico, che producono, oltre che danni personali ai clienti, danni culturali e di immagine alla professionalità psicologica che opera nell’ambito giuridico. Si pensi che in Italia almeno il 50 % delle segnalazioni per presunte irregolarità deontologiche riguardano attività compiute nell’ambito della psicologia giuridica.

Quanto è cambiato il tuo lavoro da quando hai iniziato ad oggi?

Sostanzialmente penso che nel tempo sia cambiato l’approccio dello psicologo all’interno del diritto. 

Ritengo che ci sia stato, sebbene non in modo esaustivo, un reciproco riconoscimento e rispetto degli ambiti disciplinari. Anche all’interno dello stesso ambito disciplinare, ad esempio quello psicologico, vi è stato un maggiore interesse. L’ambito psicologico, indirizzato prettamente verso un tipo di intervento valutativo e terapeutico, si è interessato all’ambito forense. Oggi è necessaria una conoscenza non solo della psicologia, ma anche del contesto culturale legato agli operatori del diritto; ed avere forti competenze in ambito processuale.

Oggi l’intervento avviene in più ambiti e in più livelli della fase processuale. Ad esempio vi è spazio nell’accertamento della capacità dell’indagato o dell’imputato di partecipare coscientemente alle diversi fasi del processo. Si pensi alla possibilità di sottoporre il testimone a una valutazione delle sue capacità di rendere testimonianza.


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